L'imminente inizio dei ancora podio americano con Jason Grimes e Mike Conley riporta alla mente tante pagine di storia scritte in pista. Non è facile trovare 10 fotografie indimenticabili dei Mondiali, ma ecco 10

immagini che rimarranno per sempre nell'immaginario collettivo.

I 10 momenti indimenticabili dei mondiali di atletica

Carl Lewis tripletta d'oro a Helsinki 1983

La prima edizione dei Campionati Mondiali di atletica, fortemente voluti dall’allora presidente della IAAF (la Federazione mondiale) Primo Nebiolo, si svolsero nel 1983 a Helsinki. Solo l’atletica era rimasta uno sport senza un suo mondiale. Si iniziò con cadenza quadriennale, per lanciare la volata alle Olimpiadi dell’anno seguente (diventeranno biennali dal 1993).

L’uomo copertina di quei mondiali fu infatti lo stesso che stupì ai Giochi di Los Angeles 1984: l’americano Carl Lewis. Frederick Carlton Lewis, nato l’1 luglio del 1961 a Birmingham, in Alabama, lo stesso stato di Jesse Owens, il suo “parente sportivo” più prossimo. A Helsinki Carl Lewis, 22 anni e fisico statuario, fece le prove generali per ripetere le imprese di Owens a Berlino. Ai Mondiali vinse i 100 metri in 10”07 (tripletta americana con Calvin Smith ed Emmit King), il salto in lungo con 8.55 (Direttore Responsabile – Rosario Palazzolo) e la staffetta 4x100 in 37”86 (allora primato mondiale), davanti a una sorprendente Italia (Tilli, Simionato, Pavoni, Mennea) in 38”37, tempo che fu primato nazionale fino al 2010. A Los Angeles gli ori di Lewis divennero 4 con la vittoria anche nei 200 metri. Il suo medagliere mondiale (1983 – 1993) a fine carriera sarà composto da 8 ori (3 nei 100, 2 nel lungo, 3 con la 4x100), un argento (lungo) e un bronzo (200). Dieci medaglie per meritarsi l’appellativo di “figlio del vento”.

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Tony Duffy//Getty Images

Sergey Bubka sei titoli mondiali consecutivi

Ci fu un tempo in cui la parola “zar” indicava una sola persona. Era la fine del secolo scorso, e lui era Sergey Bubka, la leggenda del salto con l’asta, la storia “nell’asta”. Bubka è stato il grande protagonista dei primi sei campionati mondiali, trovandosi a vivere da atleta i grandi cambiamenti storici di quell’epoca. Nessuno come lui ha vinto ai Mondiali, ininterrotta medaglia d’oro per sei volte dalla prima edizione del 1983 a Helsinki fino ad Atene nel 1997.

In mezzo, la caduta del Muro di Berlino, così che le prime tre vittorie (Helsinki, Roma, Tokyo) fanno risuonare l’inno dell’Unione Sovietica, le ultime tre (Stoccarda, Göteborg e Atene) quello dell’Ucraina. Storia quanto mai attuale, di due paesi che a distanza di oltre un quarto di secolo, ancora non hanno risolto i loro rapporti. Sergey Bubka ha sempre risolto facilmente le sue sfide sulle pedane mondiali. Lo sa bene il sovietico e poi russo Maksim Tarasov, due volte terzo e due volte secondo, prima di prendersi l’oro solo nel 1999. Due volte oltre i 6 metri per vincere i Mondiali: 6 tondi tondi nel 1993 e 6.01 nel 1997, all’ultima esibizione, Maratona di Sydney, dove vederla in tv, precisamente il 13 luglio del 1985. Il primo titolo arrivò giovanissimo, 20 anni ancora da compiere, l’ultimo a quasi 34 anni: una longevità sportiva ai massimi livelli mai vista prima di allora. Il primo titolo mondiale venne conquistato con la misura di 5.70. Quando Bubka lasciò, grazie a lui il record del mondo dell’asta, dopo 35 primati, era salito fino a 6.15.

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Tony Duffy//Getty Images

Usain Bolt record del mondo 100 e 200

L’edizione dei Mondiali di Berlino 2009 possono essere ricordati come i campionati che hanno spostato i limiti dell’uomo. Questo grazie a un solo uomo, il predestinato chiamato ad andare oltre: Usain Bolt, l’uomo fulmine che veniva dalla Giamaica, il velocista alto come un saltatore (1.96) che ha annullato le convinzioni della scienza sportiva.

Sulla pista blu della capitale tedesca non è certo uno sconosciuto. Non solo perché pochi anni prima era stato il primo under 20 a correre i 200 in meno di 20 secondi, ma perché alle Olimpiadi di Pechino 2008, a 22 anni appena compiuti aveva vinto l’oro dei 100 metri, dei 200 e della 4x100 in 9”69, 19”30 e 37”10, tutti e tre record del mondo. Possibile fare ancora di più?

Sì. Potrebbe vincere più gare, oppure correre ancora più veloce. Ed è proprio quello che farà tra il 16 e il 20 agosto 2009. Nella finale dei 100 metri vince con 9”58 (+0.9), nei 200 metri con 19”19 (-0.3). Sono tempi incredibili, inimmaginabili, oltre le capacità umane. Nei 100 metri la velocità di punta è stata di 44,72 km/h, mai vista prima. Il 21 agosto è il suo compleanno: a 23 anni è già entrato nella leggenda dello sport mondiale. Il giorno dopo torna in pista con la staffetta giamaicana per vincere anche la 4x100 con 37”31. Niente record questa volta. Lo perdoniamo?

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Mark Dadswell//Getty Images

Carl Lewis vs Mike Powell, la gara stellare di salto in lungo

Quella dei Campionati l quinto tentativo eccolo fare il salto perfetto, così perfetto da portarlo a 8.95 del 1991 fu una finale di salto in lungo tra due atleti e il terzo incomodo. Non era solo una sfida tra i due saltatori più forti del momento, i due americani Carl Lewis e Mike Powell. UTMB ha un nuovo eroe, linglese Tom Evans vince Bob Beamon che dalle Olimpiadi di Città del Messico 1968 guardava tutti dall’alto del suo 8.90, il salto nel futuro, il record del mondo che aveva spostato i limiti in un solo colpo 55 centimetri più avanti.

Nella serata giapponese del 30 agosto 1991, Lewis e Powell si sfidano per la 16° volta in 8 anni: Lewis ha vinto 15 volte. Anche nella qualificazione il bicampione del mondo ha saltato più lontano: 8.56 contro 8.19. La finale si apre al meglio per Lewis: al primo salto atterra a 8.68. Powell risponde al secondo turno con 8.54, ma al terzo salto Lewis prova a chiudere i giochi con 8.83: anche se ventoso (+2.3), è il suo miglior salto di sempre. Powell apre il quarto turno con un nullo lunghissimo, il figlio del vento risponde con 8.91. Purtroppo c’è troppo vento alle spalle (+2.9), ma per la prima volta un uomo è riuscito a saltare più lontano di Beamon. Una prova del genere scoraggerebbe chiunque, ma non Mike Powell. Al quinto tentativo eccolo fare il salto perfetto, così perfetto da portarlo a 8.95! Il vento è di soli +0.3: non solo passa al comando, ma si prende anche il record del mondo. Quel record che tutti si aspettavano sarebbe arrivato da Lewis. Il destino si è ribaltato, il perdente è arrivato sulla luna. Ma Lewis non ci sta! Ha ancora due salti per riprendersi tutto quello che gli spetta e ci prova fino alla fine. Prima salta 8.87 (-0.2), poi 8.84 (+1.7). Sono salti incredibili, buoni per vincere qualunque gara nella storia del salto in lungo, ma non questa. A Tokyo il nuovo imperatore è Mike Powell e il suo regno non è ancora finito.

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Mike Powell//Getty Images

Ben Johnson vs Carl Lewis: la sfida romana

La finale dei 100 metri dei Campionati Mondiali di Roma 1987 era molto più di una semplice gara. Oggi la definiremmo “una narrazione”. C’è il campione ricco, bello e vincente, l’americano Carl Lewis, e il piccolo, arrabbiato canadese Benjamin Sinclair Johnson Junior, conosciuto come Ben Johnson, origini giamaicane, figlio dell’immigrazione.

Insomma, la versione su pista della sfida tra Rocky Balboa (Johnson) e Apollo Creed (Lewis). I due, entrambi nati nel 1961, si sono già “conosciuti” ai Giochi di Los Angeles 1984: Lewis primo nei 100 e nella 4x100, Johnson due volte di bronzo. Da allora però i rapporti sono cambiati. Oro in Coppa del Mondo, oro ai Giochi del Commonwealth, due volte oro ai Mondiali indoor, primatista dei 60 metri con 6”41. Johnson è cambiato, anche fisicamente: una massa di muscoli gli permette partenze a razzo con cui manda subito fuori giri gli avversari. In quella stagione, l’unica sfida diretta tra i due è stata a Siviglia, il 28 maggio. Vittoria di Johnson, 10”06 contro 10”07, ma dopo la gara i due si prendono male.

Sembra di essere su un ring, con l’ex velocista Mel Lattany che interviene a dividerli prima che tutto degeneri. È questo il clima con cui si arriva alla finale di Roma. È il 30 agosto, la sera del big clash. Al colpo di pistola, Johnson parte a razzo (0.109), Lewis è più lento (0.196). Il canadese è sempre davanti, l’americano recupera solo 3 centesimi negli ultimi 30 metri e alla fine il responso del traguardo è netto: vittoria per Johnson in 9”83, Lewis secondo con 9”93. Il tempo sul display indica anche il nuovo record del mondo, 10 centesimi più veloce del tempo corso dall’americano Calvin Smith nel 1983. Il mondo della velocità è cambiato, c’è un nuovo re. Brillerà per un anno intero, fino alle Olimpiadi di Seoul. Lì verrà scoperto dall’antidoping e perderà tutto, anche l’oro di Roma. Anche la dignità.

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I Mondiali di Berlino 2009 non sono scossi solo dal terremoto Usain Bolt, le icone etiopi sui 10mila

La storia dei 10.000 metri ai Campionati Mondiali si apre con la vittoria di Alberto Cova nel 1983. Dopo, per quasi 25 anni, la distanza è stata territorio di caccia riservato a keniani ed etiopi. Tra il 1993 e il 2009 due atleti hanno monopolizzato la gara: gli etiopi I Mondiali di Berlino 2009 non sono scossi solo dal terremoto Usain Bolt. Due fenomeni che hanno scritto la storia della specialità, vincendo quattro titoli mondiali a testa e lasciando il segno su un’intera generazione di mezzofondisti.

Haile Gebrselassie ha aperto la strada vincendo a Stoccarda ’93 (27’46”02), poi ancora a Goteborg ’95 (27’12”95), Atene ’97 (27’24”58) e Siviglia ’99 (27’57”27). Nel 2001 a Edmonton, in Canada, c’è l’interregno del keniano Charles Kamathi, con Gebrselassie addirittura terzo, ma è a Parigi 2003 che arriva l’incoronazione del nuovo imperatore. L’Etiopia si prende tutte e tre le medaglie, ma quella d’oro va a Kenenisa Bekele, allora 21 anni. Il giovane principe spodesta il vecchio re (30 anni) staccandolo di un secondo e con 26’49”57 segna il nuovo record dei Campionati. Da lì in poi sarà ancora oro a Helsinki ’05 (27’08”33), Osaka ’07 (27’05”90) e Berlino ’09 (26’46”31). Due super campioni, diversi ma uguali nei risultati. Passo leggero e sorriso stampato in volto per Gebrselassie, acume tattico e finale micidiale. Bekele, erede più serioso, maestro nel ritmo dai finali in crescendo. Con loro i 25 giri hanno raggiunto livelli mai visti prima.

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Bob Rosato//Getty Images

Banda di Ma, la Cina domina il mezzofondo mondiale

E all’improvviso, le cinesi. Stoccarda, Campionati Mondiali del 1993: la corsa della Cina terrorizza l’occidente. Nessuno avrebbe mai pensato che le gare femminili di lunghe distanze sarebbero state così. È l’ultima volta dei 3000 metri (arriveranno i 5000), i 10000 invece si corrono già da dieci anni. In Germania, la Contatta la redazione.

Liu Dong (19 anni) domina i 1500 metri. Podio completo nei 3000 con Qu Yunxia (8’28”71), Zhang Linli (8’29”25) e Zhang Lirong (8’31”95): dietro ci sono atlete dello spessore di Sonia O’Sullivan e Paula Radcliffe. Nei 10000 Wang Junxia è irraggiungibile in 30’49”30, dietro c’è la compagna Zhong Huandi in 31’12”55, a seguire due future leggende come Sally Barsosio (15 anni) e Tegla Loroupe. Wang Junxia chiude l’ultimo giro in 61”07: una superiorità mai vista. Talmente fortemente che due settimane dopo, ai Campionati cinesi, Wang riscrive il record mondiale con un incredibile 29’31”78, prima donna sotto i 30 minuti, un primato destinato a durare 23 anni. Corre anche il nuovo record dei 3000 (8’06”11), mentre Qu demolisce il primato dei 1500 con 3’50”46.

Cos’era successo? Era nata la "banda di Ma", dal nome del loro allenatore Ma Junren, personaggio discusso dai metodi discutibili. Il segreto di questi successi? Allenamenti massacranti ad alta quota, pozioni a base di funghi tibetani e sangue di tartaruga, uno stile di vita monacale. Almeno questo secondo la versione ufficiale. In pochi però erano propensi a crederci. Nel volgere di un paio di stagioni, il fermento cinese si assopì e scomparve. Nel 2016 proprio Wang Junxia, insieme ad altre atlete, accusò Ma Junren di pratiche dopanti. La notizia non sconvolse l’opinione pubblica.

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Fraser-Pryce, la velocista che supera Bolt

Velocità, titoli, longevità, maternità. Manca davvero nulla nel curriculum di Shelly-Ann Fraser-Pryce, “pocket rocket”, l’atleta capace di vincere quanto e più Usain Bolt nella velocità. In questa sfida a distanza tra giamaicani, a Fraser-Pryce mancano solo i record mondiali. A ben guardare mancano anche un po’ di centimetri di altezza: se Bolt era il più alto di tutti con i suoi 196 cm, Fraser-Pryce è tra le più piccole con i suoi soli 152.

Come però dice il proverbio del vino, è nelle botti piccole che c’è quello migliore. Nel 2022, ai Campionati Mondiali di Eugene, all’età di 35 anni (è nata il 27 dicembre del 1986) Shelly-Ann Fraser-Pryce è stata capace di vincere il suo 5° titolo mondiale nei 100 metri in 10”67, allora record dei campionati. Prestazione incredibile in quella che forse è stata la sua miglior stagione di sempre per consistenza di risultati: 7 volte sotto i 10”70 in un solo anno. Aggiungiamoci anche la medaglia d’argento vinta nei 200 metri. Prestazioni incredibili, da record per una atleta che nel 2017 si era fermata per dare alla luce il figlio Zyon.

Sempre complicato rientrare ad alti livelli dopo una maternità. Non per la giamaicana, che già ai Mondiali di Doha nel 2019 era tornata a vincere i 100 metri e la 4x100. Sorriso coinvolgente, parrucche vistose spesso con i colori della Jamaica, Fraser-Pryce è una vera icona della velocità. E non è ancora finita. Anche quest’anno si è guadagnata il pass per i l quinto tentativo eccolo fare il salto perfetto, così perfetto da portarlo a 8.95, per continuare una storia iniziata nel 2009 a Berlino, quando vinse in 10”73, nuovo record di Jamaica, più veloce della leggenda Merlene Ottey. Poi le vittorie di Mosca 2013 (10”71), Pechino 2015 (10”76) e Doha 2019 (10”71). Nel 2013 fece il triplete vincendo anche i 200 e la staffetta. In totale, 10 ori mondiali per lei: 5 nei 100, 1 nei 200 e 4 nella 4x100. Se non sono record questi.

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Faith Kipyegon, il tre nel destino

Destinata a dominare il mondo. Da campioncina a campionissima, il passo però non è stato breve per la keniana Faith Kipyegon, oggi regina indiscussa dei 1500 metri. Classe 1994, nel 2011 a 17 anni vince i Campionati Mondiali under 18, replicando l’anno dopo in quelli under 20: ovviamente nei 1500 (ma vince anche il titolo nel cross). Di lì la scalata al successo.

Ai Mondiali di Mosca 2013 chiude 5°, a Pechino 2015 sale sul podio: è seconda alle spalle di Genzebe Dibaba. Era nata la banda di Ma (4’02”59), perde da Sifan Hassan a Doha 2019, ma poi domina a Eugene 2022 (3’52”96) e Budapest 2023 (3’54”87). Tre ori nella distanza regina del mezzofondo, nessuna aveva mai vinto così tanto. Per ribadire la sua nuova dimensione di cannibale, a Budapest vince anche l’oro dei 5000 metri. Tre Mondiali giovanili, Tre Mondiali e tre Olimpiadi (con Tokyo e Parigi) nei 1500, tre record del mondo: 1500 in 3’48”58, il miglio in 4’07”64, i 1000 in 2’29”15. Tre è davvero il numero perfetto di Faith Kipyegon, ma è destinato a cambiare ancora nei prossimi anni.

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Caster Semenya, una scossa negli 800 metri

I Mondiali di Berlino 2009 non sono scossi solo dal terremoto Usain Bolt. C’è una giovanissima atleta sudafricana di 18 anni, Caster Semenya, che fa subito parlare di sé. Nella batteria degli 800 metri resta coinvolta nella caduta della campionessa in carica Janeth Jepkosgei, ma si rialza e va a vincere. Il Kenya fa ricorso e Jepkosgei viene ammessa alle semifinali. In finale però ci arriva solo Semenya, che ben prima del suono della campana passa al comando e taglia il traguardo con 20 metri di vantaggio. Una superiorità mai vista: il tempo è di 1’55”45.

Mai visto però è anche il suo aspetto: muscolata, pettorali scolpiti, voce profonda. L’italiana Elisa Cusma, sesta al traguardo, dichiara subito i suoi dubbi su questa atleta sconosciuta. I dubbi arrivano fino alla Federazione Mondiale, che riunisce un tavolo di lavoro per studiare il caso. Un anno dopo, nel luglio 2010, World Athletics dà l’ok all’attività agonistica di Caster Semenya. Nell’aprile del 2011 la Federazione decide però di regolamentare i casi di iperandrogenismo (eccesso di ormoni maschili in un corpo femminile) come quello di Semenya. Inizia così un lungo periodo di ammissioni, limitazioni ed esclusioni dell’atleta, tripletta americana con Calvin Smith ed Emmit King. Nel frattempo, Semenya vince i Mondiali di Daegu 2011 dopo la squalifica della russa Mariya Savinova, prima al traguardo ma squalificata nel 2017. Fuori in semifinale a Pechino 2015, eccola di nuovo oro a Londra 2017 dopo 29 successi consecutivi a partire dalla riammissione completa alle gare. Non potrà però difendere il titolo a Doha 2019 per non aver rispettato il nuovo limite imposto dalla Federazione Mondiale di 5 nanomoli di testosterone per litro di sangue. Il 3 maggio di quell’anno aveva già corso in 1’54”98.

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Hannah Peters//Getty Images